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Polaroid n. 912

La polaroid n. 912 rappresenta una donna ritratta in una pozione supina, in stato di completo abbandono. L’attenzione viene catturata dal seno illuminato, messo a fuoco. L’ambientazione caravaggesca crea le ombra necessarie per nascondere il sesso lasciando all’osservatore il compito di lavorare di fantasia per farne il proprio oggetto di desiderio. Le bolle di sapone in primissimo piano alleggeriscono l’atmosfera suggerendo giochi effimeri, delicati, fiabeschi. Un tuffo nel passato per molti degli osservatori.

Ma la cosa che dovrebbe colpire (ed è uno dei motivi per cui ho amato fin da subito questa Polaroid) è l’omaggio a una celebre opera di Tamara De Lempicka: Le Rêve/Rafaëla sur fond vert (venduto all’asta da Sotheby’s per la cifra record di 8 milioni e 480mila dollari).

E’ molto eccitante per me guardare questa immagine e ripercorrere i capitoli del libro “The Last Nude” nel quale Ellis Avery racconta la più produttiva e scandalosa delle relazioni della Lempitcka nella Parigi degli anni ’20: quella con la 17enne italo-americana Rafaela Fano amante per un mese e modella per sei ritratti. Proprio quelli destinati a consacrare definitivamente la sua fama di pittrice.

Il libro, che non è una biografia, ma un romanzo storico alla Sarah Waters – come fa notare il sito Lezpop – ruota proprio attorno a “La bella Raffaella” e parte tutto da un abito: dopo aver visto nel Bronx una vicina che vestiva Chanel, Rafaela decide di fuggire dalla nave che la porta verso un matrimonio combinato in Sicilia per raggiungere Parigi e la sua moda. Pochi mesi dopo Tamara la troverà mentre vive di espedienti in uno dei vicoli dove stazionano le prostitute parigine, Bois de Boulogne, e le chiederà di posare nuda per lei. “«Per 100 franchi lo farei anche adesso», replica Rafaela ed è un po’ come «la sventurata rispose». Solo che Tamara la carica su una Bugatti verde.

Il libro, segnalato nel 2012 sul Lezpop e non ancora tradotto in italiano, per i tre quarti racconta della relazione dal punto di vista di Rafaela, con tanto di situazioni e riflessioni sulla sua scoperta dell’amore e del piacere sessuale grazie a Tamara. Non manca ovviamente la ricostruzione dell’ambiente lesbico nella Parigi dell’epoca: dalle librerie di Sylvia Beach e Adrienne Monnier (che si chiamavano a vicenda «moglie»), alle allusioni a Gertrude Stein e Alice B. Toklas, a Violette Morris , una boxeur che vestiva da uomo e poi divenne un’informatrice dei nazisti (c’è anche un aneddoto – reale – sul nostro Gabriele D’Annunzio). Ma la cosa migliore è l’immagine che emerge di Tamara Lempicka, una donna che – in tutta la sua bellezza – non vi augurereste mai di trovare sulla vostra strada.

L’ultima parte del romanzo, ambientata nel 1980, è narrata invece con gli occhi di Tamara. E anche in questo caso parte da un fatto vero: quando è morta, nel 1980 appunto, Tamara de Lempicka stava lavorando alla copia di uno dei ritratti di Rafaela del 1927. «Cinquantatre anni dopo», ha spiegato la Avery alla radio americana Npr, «stava pensando ancora a quella ragazza». O – forse – al successo che le aveva regalato.