polaroid_6 barriKate

6. Siamo giunti al nodo, il percorso continua

Siamo giunti al nodo, ma il percorso continua… Sì, continua.
Ci siamo dati appuntamento in un bar vicino alla stazione. Quando sono arrivata lui era già seduto al tavolo con una birra davanti. Tanto era spavaldo nel suo studio, tanto in mezzo a tutta quella gente sembrava a disagio. La sua timidezza disarmante. Voleva andare via al più presto da quel posto troppo affollato nell’ora dell’aperitivo. Si vedeva.
Il mio stomaco era chiuso e l’unica cosa che riuscii a mandar giù furono quattro olive per evitare che il bianco che ordinò per me non mi desse subito alla testa. Nel frattempo mi raccontava il programma della serata.
Avrei dovuto guidare per una decina di chilometri fuori città, fino a una specie di fabbrica dismessa, dove diceva avesse allestito il suo studio. Un altro rispetto a quello del primo appuntamento.
Pagai anche per lui e uscimmo.
In macchina non disse una parola ad eccezione delle indicazioni per raggiungere la sua “factory”.

Provai un senso di paranoia quando mi fece uscire dalla statale per imboccare una stradina buia che si perdeva in mezzo alla campagna. Cercai di mantenere il sangue freddo scartando con il pensiero ogni immagine di pericolo o di guai che prometteva quella situazioni. Avrò una bella storia da raccontare, mi dicevo, mentre mi perdevo nell’oscurità di un capannone industriale circondato da filo spinato con questo artista sconosciuto.

Il rumore delle chiavi che aprivano il lucchetto della porta d’ingresso rimbombava nella notte. L’eccitazione unita alla paura mi scatenò un brivido lungo la schiena che arrivò al cervello annebbiandolo.

Entrò lui per primo lasciandomi sulla porta. Lo sentii muoversi sicuro in quello spazio scuro finché il raggio di un faretto mi colpì sugli occhi . Fu allora che mi prese la mano e mi aiutò a muovermi verso il divano proprio davanti alla scrivania. Mi accomodai seguendo da lì tutti i suoi spostamenti. Accese altre luci e ne regolò la luminosità così da creare un ambiente in penombra riposante che aiutò il mio polso a decelerare.
Si sedette di fronte a me e rimase in silenzio ad osservarmi. Lo stesso facevo io. Ci studiavamo, ci chiedevamo reciprocamente se potevano fidarci l’uno dell’altro. Forse devo aver sorriso immaginando la storia che avrei tirato fuori da questo appuntamento perché ad un certo punto mi chiese:
– Cosa ti aspetti da questa serata?

– La mia Polaroid, un’intervista in esclusiva, e l’accordo per cominciare a mettere insieme il materiale per un catalogo delle tue opere.

– Le Polaroid.
Mi corresse BarriKate.
Al mio sguardo interrogativo rispose con una domanda.

– Pensi che avrai solo un orgasmo nella nostra creativa nottata?

– Non lo so. Io mi affido completamente a te, alle tue mani, alla tua testa certa che ne farai un’opera d’arte. Non mi deludere.

– Quanto all’intervista, forse ti deluderò.
Rispose BarriKate rilanciando:
-Non mi va di farla, ma tu puoi trovare ottimi argomenti per riuscire a farti rispondere. Facciamo così: tu mi fai delle domande ed io ti rispondo pubblicamente nei mie tempi. Che possono essere un minuto, ma anche giornate intere. Non più di due domande alla volta.

– Va bene, ma mentre tu ragioni sulla risposta, io pubblicherò le Polaroid che trovo in giro con relativa critica dell’opera e la sua storia.

– Ci devo pensare.

– Fino alla fine della serata.

La serata iniziò alle 21 in punto davanti a due bicchieri di vino che brindavano. Noi seduti a una tavola apparecchiata con cibi prelibati. E finì alle 12 della mattina successiva con me davanti a una fila di polaroid appese ai fili stesi nello studio con delle mollette di legno. Fu quello l’ultimo orgasmo della giornata. Un orgasmo soffocato dai jeans che avevo rinfilato, dai tacchi che mi costringevano a trovare un equilibrio che in quel momento non avevo, e dal senso di imbarazzo di trovarmi lì, imbarazzo che altro non era quel retaggio di moralismo che tanto combattevo e che tanto schifavo. Ma alla fine venni: cominciai a sfiorarmi con lo sguardo perso in quelle immagini riassaporando l’eccitazione che avevo provato mentre l’artista scattava. Il mio piacere esplose mentre lo guardavo sdraiato sul materasso al centro della stanza, addormentato, sfinito dalla creazione notturna. Bello come bello è il corpo di chi hai appena posseduto completamente: fisicamente, ma anche e soprattutto intellettualmente, perché su me aveva ragionato, aveva sentito qualcosa che aveva acceso la miccia della genesi. Non c’era amore, no. Ma sarei sopravvissuta.

MESSAGGIO PER BARRYKATE
Prima che prosegua la storia vorrei farti due domande. La prima: Questo è il tuo lavoro. Seppur piacevole, è sempre un lavoro perché ti dà da campare. Riesci a conciliarlo con la vita, quella vera? Mi spiego: Riusciresti a fare l’amore con un partner solo perché lo ami, senza pensare alle polaroid, ai quadri, etc, etc.  La seconda: quanti “modelli” fai posare per le tue opere? Uno alla settimana, uno al mese, uno l’anno…

Aspetto le tue risposte al più presto e intanto pubblico un’altra Polaroid (che viene spiegata qui). E’ la mia?

(puntata precedente) (continua)