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9. Un cuore spezzato

Barri Kate è una persona spregevole. Ha fatto in modo che mi innamorassi e poi mi ha scaricato. Ho pensato molto se spedirti questa mail perché so che, una volta pubblicata, non avrò più nessuna possibilità di continuare la nostra storia. Ma sono esasperata, depressa, avvilita, incazzata ma soprattutto decisa a vendicarmi e mettere in guardia i futuri “modelli e modelle” di quest’artista del cazzo che ti illude, ti usa e poi ti getta via.
Ho messo in cc (carbon copy) la mail di Barri Kate che ho trovato sul sito TheNodes in modo che non possa mai dire che ho parlato alle sue spalle. Mi ha fatto soffrire e il minimo che io possa fare è sputtanarlo davanti a tutti: non è quest’essere puro che vuole apparire, è un’anima meschina, egocentrica, profittatrice e codarda. Infatti è sparito: pouff.
Il nostro incontro è stato molto simile a quelli che gli altri hanno raccontato. Un incontro cercato, una Polaroid desiderata, la presentazione da parte di un amico in comune. Mi ha corteggiato, mi ha fatto sentire importante, mi ha organizzato una giornata perfetta. Ero consapevole che la stessa sceneggiata veniva preparata per tutti quelli che accettavano di partecipare alle sue performance artistiche, ma con me è stato diverso. Almeno me lo ha fatto credere.
Mi ha invitato in una casa sul lago poi siamo andati a farci una passeggiata nel bosco. Abbiamo camminato mano nella mano, abbiamo raccolto more e lamponi, abbiamo abbracciato gli alberi che chiamava per nome, ci siamo sdraiati per terra a guardare gli uccelli, abbiamo intrecciato fiori per farne delle ghirlande, abbiamo osservato di nascosto una marmotta che faceva scorta di cibo per l’inverno. E mi ha baciato. Un bacio lungo, pieno di passione, di desiderio, durante il quale mi ha detto: «Ti voglio».
A malincuore ci siamo staccati. Abbiamo proseguito a camminare, ancora eccitati da quel momento di intimità che avevamo trovato, fin quando non siamo arrivati a una sorgente.
Davanti a quella roccia squarciata da dove sgorgava acqua pura e chiacchierina mi ha chiesto di spogliarmi e masturbarmi.
Non è stato facile. Mi vergognavo, poteva passare qualcuno e vedermi, ma nello stesso tempo l’idea mi provocava un piacere intenso. Barri Kate tirò fuori dal suo zaino la macchina fotografica.
Rimasi senza nulla addosso se non con la coroncina di margherite e violette che avevamo costruito nel bosco. Misi un piede nell’acqua fredda e piacevole del ruscelletto e lo risalii fino a scegliere un sasso largo, levigato, umido che emergeva dal laghetto creato dalla cascata e mi ci arrampicai. Gli schizzi della sorgente rinfrescarono il mio corpo sudato. Aprii le gambe davanti e inizia a toccarmi. Prima i capezzoli diventati irti al contatto con l’acqua fredda: li carezzai, li strizzai, li stuzzicai fin quando la mia vagina si schiuse. Fu allora che mi penetrai con le dita. Prima una, poi due, poi tre. E spinsi, spinsi esplorandomi fin dove arrivavo.
Barri Kate mi girava intorno suggerendo movimenti per amplificare il godimento. Mi disse di toccarmi il clitoride con una mano mentre le dita dell’altra entravano e uscivano dalla fica. Mi guidava con la sua mano accelerando o rallentando il ritmo della penetrazione. Di tanto in tanto affondava la sua lingua assaporando i miei liquidi, scattava foto e ritornava sulla riva a proteggere la pellicola impressionata della Polaroid.
«Non venire», mi diceva mentre si allontanava. Poi tornava e io mi lasciavo andare ai miei giochi in quell’atmosfera rarefatta da fiaba che ci circondava.
Il mio orgasmo esplose mentre il sole lanciava l’ultimo raggio proprio sul sasso che era diventato l’altare del mio piacere. Sembrò che la cascata mi investisse in pieno, esondai anche io e mi persi in un mulinello di sensazioni e immagini dal quale pareva impossibile salvarsi. E io non volevo salvarmi. Quando tornai lucida mi consolai pensando allo scatto che avrei ricevuto in regalo da Barri Kate.
Tornammo a casa abbracciati e quella notte facemmo l’amore. Sì, l’amore. Non era solo sesso.
E la prova la ebbi la mattina quando al momento di congedarci chiesi a Barri Kate la mia Polaroid.
«Non posso dartela», mi disse. E io capii. Capii che io non ero una modella come tutte le altre. Che io avevo trovato il modo di toccare il suo cuore. Mi desiderava e mi voleva ancora.
«Aspetterò», risposi fantasticando sui nostri prossimi appuntamenti, sulla Polaroid appesa nella nostra casa, su quello che avremmo raccontato ai nostri figli.
Purtroppo era solo un’illusione.
Dopo quella giornata al lago ho cercato di mettermi in contatto con Barri Kate in ogni modo. Ho scritto mail, ho mandato messaggi attraverso amici in comune, sono tornata in quella casa trovando una famiglia che non aveva mai neanche sentito quel nome, ho cercato dai mercanti d’arte la mia foto. Ma niente.
Il tempo, per fortuna, lenisce il dolore. E io di dolore ne ho provato molto. Mi sono sentita usata, non ho neanche la Polaroid, e non capisco perché.
Ti ho scritto per raccontarti la mia storia con la speranza di avere almeno una giustificazione al suo comportamento.
Ma anche questo appello cadrà nel vuoto, lo so.
C.F.

Questa mail è arrivata una settimana fa. Ho aspettato prima di pubblicarla perché ho sperato che Barri Kate rispondesse a C.F. spiegandogli il suo comportamento. E infatti l’artista si è palesato.
Ecco cosa ha scritto.

Carissima C.,
mi ricordo benissimo quel venerdì pomeriggio al lago e mi ricordo benissimo anche che fine ha fatto la tua Polaroid. L’ha mangiata il mio cane. Era bellissima, ma ora non esiste più. Non esiste più come non esiste il sentimento che hai immaginato da parte mia nei tuoi confronti. Visto che ci tieni tanto ti regalo quest’altra foto scattata quel giorno. Era una foto già venduta a un collezionista. Ora è tua, a dimostrazione della mia disponibilità e generosità nonostante la tua “persecuzione” (non mi puoi spedire mille mila mail e messaggi al giorno, né pedinarmi o farmi le imboscate).
Quanto a te, mia cara giornalista, ti sei messa a fare la “posta del cuore”?
A presto
BK

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